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domenica 1 febbraio 2009

SOS GAZA

L’Arci, che in tanti paesi del mondo lavora per la pace e la giustizia, solo a un popolo dedicherà la sua campagna di aiuto popolare. Solo ai palestinesi.
Non perché siamo anti israeliani. Al contrario. Siamo contro l’ignavia, che aiuta il diffondersi della follia.
Vogliamo la pace in Medio Oriente. E la pace non viene se non c’è giustizia.Non c’è giustizia dove c’è un popolo assediato. Mai

GROTTAGLIE - Giovedì 5 febbraio

L'Arci di Grottaglie insieme al Coordinamento Grottagliese per la Pace in Palestina ha organizzato:
ore 18,00 dalla Piazza Principe di Piemonte al Castello Episcopio una breve Fiaccolata per ricordare i bambini innocenti uccisi durante la guerra a Gaza
ore 19,00 Castello Episcopio di Grottaglie: INCONTRO PUBBLICO di approfondimento sulla guerra a Gaza con due amici palestinesi
Yousef Hamdouna - Educatore del Remedial Education Center di Jabalija-Gaza (partner Arci per i progetti di cooperazione internazionali)
Jeead Otman - Documentarista palestinese.

Nella sala adiacente sarà allestita una mostra e proiettati brevi video sull'attività del centro.

TARANTO - Venerdì 6 febbraio

Il Comitato Territoriale, il circolo Futurja e il circolo di Grottaglie hanno organizzato presso l'Istituto Tecnico Commerciale "Pitagora" in via Pupino alle ore 9,00 un incontro tra
Yousef Hamdouna e gli studenti del Pitagora.

In questa occasione saranno proiettati video divulgativi sulla storia della Palestina e sulle attività del Remedial Education Center di Jabaljia-Gaza

domenica 11 gennaio 2009

Non si può rimanere a guardare


C’è una cosa buona, in questi giorni sempre più tragici. Tante persone e gruppi hanno sentito il dovere civile di dire: ora basta. Basta coi massacri, la guerra, le violazioni del diritto internazionale in Palestina. Non succedeva da tanto tempo.

Non è oggi il tempo di indagare le ragioni che in questi anni hanno portato a una caduta tanto grande di attenzione sulla Palestina. Le motivazioni vengono da lontano, hanno radici nelle involuzioni della situazione italiana e di quella internazionale, nelle crisi delle comunità palestinesi e arabe, israeliane, delle comunità ebraiche e della nostra. Nella latitanza e nei grandi errori di tanta politica.

Questa volta però un sussulto c’è. Uno scatto di coscienza, di indignazione e di partecipazione. Non si spiegano altrimenti le migliaia di firme che continuano a sottoscrivere l’appello che abbiamo promosso con Acli, Legambiente e molti altri, che rimbalza e ogni ora viene rilanciato in rete, né il dispiegarsi quotidiano di altre prese di posizione o la buona riuscita di tante iniziative locali.

E’ responsabilità di tutti considerare preziosa questa energia che si manifesta, fare il possibile perché trovi le modalità per esprimersi nel modo più inclusivo ed efficace. E’ l’indispensabile materia prima per riuscire a cambiare la politica, l’informazione, la cultura dominante.

Bisognerà essere capaci di offrire occasioni di impegno permanente, quotidiano, utilizzando la grande competenza di coloro che hanno sviluppato impegno ed esperienza, trovando modi e pensieri nuovi per affrontare un conflitto che ha cambiato completamente faccia.

Grandi organizzazioni devono assumersi nuovamente le loro responsabilità, per spostare la politica italiana dalla inazione e dalla logica di schieramento che ne caratterizza la grande parte.

L’appello “Non si può rimanere a guardare” ha offerto una sponda all’esigenza di ricostruire nuova unità e mobilitazione comune. Proponiamo a tutti coloro che lo hanno sottoscritto di continuare ad usarlo, in sinergia con altre proposte come quelle di Ali Rashid e Moni Ovadia, e di lavorare per ricostruire un grande schieramento che dica e faccia le cose giuste per la pace in Medio Oriente.

C’è già una prima ricaduta positiva: a Milano, a Torino e in tante città in queste ore l’appello ha permesso di promuovere mobilitazioni forti e plurali. Da queste esperienze bisogna partire, per andare avanti in modo utile.

Il 17 gennaio sono in programma due diversi appuntamenti nazionali ad Assisi e Roma. Evitiamo di concentrare tutti i giudizi su di essi. Sono iniziative nate da reti e coalizioni già consolidate, assai diverse negli approcci, nei contenuti, nei linguaggi.

In questi anni le differenze hanno prodotto divisioni, nella società civile e in quella politica, la cultura della guerra permanente e la logica del nemico ha fatto danni da tutti i lati. Sarebbe bello pensare di riuscire ad essere immuni dal clima che in questi anni il pianeta ha respirato. Non è così. E proprio la questione palestinese è quella su cui è più difficile sottrarsi a queste logiche. Se così non fosse, non si sarebbe arrivati alla tragedia di queste ore a Gaza.

Noi crediamo che bisogna far emergere un pensiero e un progetto forte e nuovo dalle macerie prodotte dallo scontro fra fondamentalismi e dalla logica di schieramento. Per questo ci impegniamo, come abbiamo cercato sempre di fare.

Siamo all’inizio di un nuovo percorso, e il 17 gennaio non è il suo sbocco. Tanti e tante avrebbero voluto un’unica grande mobilitazione nazionale pacifista a Roma e vivono con disagio il duplice appuntamento. Noi crediamo che sia comunque necessario non rimanere a guardare sabato prossimo. C’è un tempo per ogni cosa, dicono la Bibbia e i Byrds con antica e moderna saggezza. Ma l’impegno per Gaza lo dobbiamo mettere in campo comunque e subito, nelle condizioni date e con quello che per ora abbiamo.

Siamo fra coloro che si stanno mobilitando per una grande presenza popolare alla manifestazione della Tavola per la pace ad Assisi, che per il pacifismo italiano ha un valore simbolico grande e che può richiamare all’impegno civile una parte importante di organizzazioni e persone.

Invitiamo tutti e tutte a fare il massimo sforzo per permettere la più ampia mobilitazione popolare contro il massacro a Gaza, per il cessate il fuoco su tutti i fronti, per la fine dell’invasione e dell’assedio, per la protezione internazionale dei civili, perché la politica riprenda il posto delle armi.

Diamo la nostra solidarietà a quelle comunità palestinesi che hanno deciso di scendere in piazza a Roma. E’ importante che soprattutto le giovani generazioni palestinesi e arabe che vivono nel nostro paese non avvertano l’isolamento e sentano la vicinanza della società civile in questo momento tragico.

Mobilitiamoci e continuiamo a farlo, cercando tutte le convergenze possibili, in ogni modo e in ogni forma pacifica che non contribuisca allo scontro di civiltà. In giro ce n’è abbastanza.

L’Arci

mercoledì 7 gennaio 2009

Tutti ad Assisi il 17 gennaio

ALL’ITALIA
CHE NON E’ RIMASTA A GUARDARE:
TUTTI E TUTTE AD ASSISI
SABATO 17 GENNAIO ORE 10.00

Sono tantissime, e continuano ad arrivare, le adesioni all’appello che abbiamo promosso insieme ad altre organizzazioni nazionali, gruppi locali, personalità, famiglie, cittadini e cittadine.

Invitiamo tutti e tutte a raccogliere l’invito lanciato oggi dalla Tavola della Pace per incontrarsi ad Assisi sabato 17 gennaio.
Iniziamo a costruire nelle nostre città, nelle nostre comunità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, una grande partecipazione per essere in tanti e tante ad Assisi e gridare:

C’è un modo per evitare il massacro di civili. C’è un modo per salvare il popolo palestinese. C’è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C’è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C’è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale.

CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA
PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE


ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE

domenica 4 gennaio 2009

Appello per Gaza

NON SI PUO’ RIMANERE A GUARDARE

C’è un modo per evitare il massacro di civili
C’è un modo per salvare il popolo palestinese
C’è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo
C’è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente
C’è un modo per non arrendersi alla legge del più forte
e affermare il diritto internazionale:

CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA
PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE


Facciamo appello a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché sia rotto il silenzio e si agisca

Le Nazioni Unite e l’Unione Europea escano dall’immobilismo e si attivino
per imporre il pieno rispetto del diritto internazionale

L’Italia democratica faccia la sua parte.
Le nostre organizzazioni si impegnano, insieme a chi lo vorrà,
per raccogliere e dare voce alla coscienza civile del nostro paese
.

ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE, CGIL, AUSER, LIBERA, RETE LILLIPUT, Associazione ONG Italiane – Piattaforma Medio Oriente, Fondazione Angelo Frammartino, Beati i Costruttori di Pace, FIOM, CGIL Funzione Pubblica, Un ponte per…, AIAB, CIES, GRUPPO ABELE, CIPAX – Centro Interconfessionale per la pace, Donne in Nero, A Sud, FAIR, Fairtrade Italia, Forum Ambientalista, UCODEP, Terres des Hommes International, Armadilla Onlus, SDL Intercategoriale, Tavola Sarda per la pace, Famiglia di Angelo Frammartino, Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Luciana Castellina, Giuliana Sgrena, Enzo Mazzi - Isolotto Firenze, Luisa Morgantini, Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Sergio Staino, tanti gruppi locali, docenti, amministratori locali, pacifisti e pacifiste, cittadini e cittadine….
Le adesioni all’appello devono essere inviate alla mail: bolini@arci.it

sabato 3 gennaio 2009

Una firma on line per il cessate il fuoco


Vi invio il link per mettere una firma on line: http://www.avaaz.org/en/gaza_time_for_peace/

E’ un breve e semplice appello per Gaza, promosso da un autorevole e molto efficace sito www.avaaz.org che fa campagne globali attraverso le petizioni on line.

Nei mesi scorsi, hanno consegnato alle autorità interessate fino a un milione di firme raccolte in poche ore sulla Birmania ed altre emergenze internazionali.

Le loro posizioni sono sempre molto equilibrate e giuste.

Sul sito ci si può registrare, in modo da ricevere via mail le loro campagne.

E’ un modo semplice per coinvolgere direttamente le persone a noi vicine.

Il sito ha anche una pagina in italiano ma per ora l’appello per Gaza è solo nella pagina inglese.

martedì 30 dicembre 2008

Lettera da Ramallah di Mustafa Barghouthi e Francesca Borri


Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.

Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare, il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli.

Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita.

Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafah Barghouti con Francesca Borri

lunedì 29 dicembre 2008

FERMARE IL MASSACRO A GAZA


Continuano i bombardamenti su una popolazione assediata da due anni e assiepata nella striscia di Gaza. Israele prepara l’invasione da terra.
L’obiettivo dichiarato del Governo Israeliano è Hamas. Le vittime reali sono uomini e donne che non possono neppure scappare.
L’attacco di questi giorni non ha fermato i lanci di razzi contro il sud di Israele, e mette semmai maggiormente in pericolo le città del sud.

L’assedio di Gaza dura da due anni interi.
Tutte le leggi internazionali sono state violate da Israele in questi anni, senza che ne pagasse alcun prezzo.
E’ una solidarietà sbagliata e controproducente per lo stesso popolo israeliano e per la stabilità di tutto il mondo.
In nome della difesa di città assediate la comunità occidentale ha fatto la guerra, nel decennio passato. Ora tace.
Neppure il massacro di queste ore smuove la comunità internazionale

Cessare il fuoco subito e fermare l’invasione non può essere un invito.
Deve essere un ordine delle Nazioni Unite.
Deve essere imposta la fine dell’assedio, la fine dei preparativi dell’invasione e la riapertura della striscia.
Devono essere imposti tempi, contenuti, modalità di un negoziato su basi eque e fondato sul diritto internazionale.

La comunità internazionale perde la sua dignità ogni volta che un civile perde la vita, in queste ore

domenica 28 dicembre 2008

SE C’E’ UNA COMUNITA’ INTERNAZIONALE FONDATA SUL DIRITTO, CHE BATTA UN COLPO OGGI. PER GAZA.


Una città assediata: senza acqua, senza cibo, senza luce. Da mesi e mesi. Da mesi e mesi e mesi e mesi e mesi. Assediata, come nel Medioevo.

Contro ogni legge, contro ogni diritto. Nessuno ha il diritto di affamare il popolo. Nessuno nel mondo, per nessuna ragione al mondo.

Gaza, una città assediata dove i bambini continuano a andare a scuola. E dove cadono le bombe mentre i bambini escono da scuola. Duecento morti, oggi a Gaza.

Chi crede ancora che Hamas e i suoi razzi possano essere fermati da altre morti innocenti? Chi ancora ci può credere? Duecento morti fanno campagna elettorale, nella Israele di oggi.

C’è ancora una comunità internazionale? Bush è finito, ringraziando il cielo. C’è una possibilità per la ragione di tornare a farsi sentire? Se c’è, che qualcuno batta un colpo. Ora.

Batta un colpo l’Europa, se ha un’anima. Batta un colpo la politica europea, quella dei governi e quella delle opposizioni.

L’Arci, che in tanti paesi del mondo lavora per la pace e la giustizia, solo a un popolo dedicherà la sua campagna di aiuto popolare nell’anno che viene. Solo ai palestinesi.

Non perché siamo anti israeliani. Al contrario. Siamo contro l’ignavia, che aiuta il diffondersi della follia. Vogliamo la pace in Medio Oriente. E la pace non viene se non c’è giustizia.

Non c’è giustizia dove c’è un popolo assediato. Mai.

sabato 19 aprile 2008

Pratiche di democrazia

INTERVISTA AL SOCIOLOGO CANDIDO GRZYBOWSKI
Pratiche di democrazia
«Solo una società fondata sulla cittadinanza attiva può contrastare la globalizzazione neoliberista», sostiene lo studioso e attivista brasiliano, tra i «padri fondatori» del World Social Forum.
Giuliano Battiston
Secondo il sociologo brasiliano Cândido Grzybowski, tra i «padri fondatori» del World Social Forum, bisogna approfittare dell'apertura dello spazio politico emerso dalla crisi economica per costruire alternative che «rafforzino l'autonomia e al tempo stesso la complementarietà dei popoli». Per cambiare i connotati della globalizzazione neoliberista, «che domina le diversità trasformandole in disuguaglianze strutturali», occorre «agglutinare le forze», cogliendo l'occasione per riconquistare l'autonomia dei cittadini nei confronti dei poteri statali e dell'economia di mercato. All'«individualismo predicato e praticato dal modello neoliberista», infatti, non si può che opporre una nuova cittadinanza globale che «derivi dalle battaglie sociali e che sia in grado di fortificare la diversità dei soggetti collettivi», assicurando a tutti il diritto di partecipare alla cosa pubblica.
Per Grzybowski anche la democrazia può trasformarsi in un serio rischio, se «si limita al formalismo della rappresentanza e rimane incapace di generare una società fondata sulla cittadinanza attiva», che dia visibilità anche a quanti sono socialmente invisibili. Per fare tutto questo bisogna «pensare audacemente, molto audacemente. E costruire senza paura un nuovo immaginario». In Italia su invito del Festival Internazionale del Giornalismo, lo abbiamo incontrato a Roma, nella sede dell'Arci, dove ha partecipato a un incontro del Coordinamento italiano per il World Social Forum.

Per gli «altermondialisti» la crisi finanziaria è un'opportunità per sbarazzarsi dell'attuale sistema politico-economico e disegnare una nuova architettura delle relazioni internazionali che sia realmente inclusiva. Per lei è anche un rischio: di recente ha scritto che, se non riusciremo ad approfittare di quest'occasione storica per dare forma a una vera democrazia globale, «dovremo fare i conti con un reincarnazione del capitalismo peggiore di quella attuale». Quali strumenti suggerisce di adottare per trasformare il rischio in opportunità?
La crisi dimostra semplicemente che il sistema non è sostenibile e non funziona, ma per individuare priorità e percorsi da compiere c'è bisogno di una riflessione strategica: la crisi apre le porte, ma non indica quale strada seguire, né, tanto meno, offre gli strumenti con cui edificare un nuovo sistema. Quegli strumenti vanno costruiti pezzo per pezzo. I sostenitori del modello neoliberista, e gli stessi governi che a quel modello hanno «aderito», non hanno idee da proporre; discutono solo dei modi per evitare che accada il peggio, in particolare di come mantenere un certo livello di occupazione, e gli stessi movimenti sociali sembrano orientati in questa direzione. Quella del lavoro è una questione importante, che però rischia di farci dimenticare come già prima della crisi il lavoro non fosse garantito a tutti. Chi pensa a quella parte cospicua della popolazione mondiale che non ha mai avuto lavoro, che prima della crisi non aveva prospettive di ottenerlo e che ora vede la propria posizione peggiorare? Soluzioni facili non ce ne sono, ma proprio per questo dobbiamo lavorare con maggiore determinazione per coagulare forze e capacità, tessere alleanze e riflettere. Soprattutto, sulla base degli insegnamenti dei movimenti indigeni dell'America Latina e del Sud, dobbiamo riconoscere la necessità di decolonizzare le nostre menti. Finora per criticare il capitalismo e i suoi effetti abbiamo usato prevalentemente le categorie del marxismo, che in qualche modo suggerivano l'idea che con l'incremento delle capacità industriali avremmo ottenuto società migliori e più eque. Ma ci siamo resi conto che il sistema industriale con il suo «produttivismo» è parte del problema, non della soluzione. Per questo occorre ricominciare a pensare: edificare una nuova scienza, indirizzare diversamente la tecnologia, riappropriarci della ricerca scientifica privatizzata, dare forma a un nuovo modello di società. Si tratta di un cambiamento che richiederà del tempo. Ma una democrazia globale reale, che voglia essere inclusiva di tutti gli attori sociali, che sia fatta di negoziazione e partecipazione, procede proprio in questo modo: creando nuove condizioni prima ancora che indicando percorsi specifici.

La crisi produce nuovi conflitti sociali, che potrebbero coinvolgere fasce di popolazioni sempre più ampie. In un saggio scritto per la rete di attivisti Euralat, «Liberdade e igualdade com afirmação da diversidade», lei ha sostenuto che «i conflitti e le battaglie hanno un potenziale distruttivo e costruttivo. Quale dei due aspetti prevale dipende dal modo in cui sono condotte e indirizzate». Cosa dovremmo fare per promuovere conflitti che siano costruttivi e non si riducano alla richiesta di cambiamenti «cosmetici»?
Canalizzare le energie intorno a un programma politico, esercitando gli strumenti dell'ingegneria politica. Lei sicuramente conoscerà bene Gramsci, uno degli studiosi che con più lucidità ha riflettuto sui modi attraverso i quali stabilire un'egemonia e imprimere una «direzione» politica agli eventi. In questi termini, occorre «dare senso» ai conflitti. I cambiamenti strutturali accadono soprattutto nella sfera economica e in quella statale, ma dipendono in primo luogo dai cittadini. Nella storia è sempre stato così. Lo Stato non ha in sé la forza dinamica di cambiare; sono i cittadini che spingono a farlo. Lo stesso vale per l'economia, che va sempre re-inventata, e che oggi deve essere subordinata al bene comune collettivo. I conflitti attuali vanno esaminati con estrema attenzione: possiamo «banalizzare» le energie che esprimono, depotenziarle, perfino distruggerle, o lasciare che diventino il serbatoio per una nuova forma di fascismo. Per evitare tutto questo dobbiamo trarre insegnamento dalla storia: le istituzioni sono in gran parte inadeguate a rispondere alle sfide globali, anche perché rispondono a logiche di carattere nazionale. Di fronte a queste sfide servono nuove strategie integrate, di natura regionale, con cui costruire piattaforme che superino i limiti degli Stati-nazione. È un percorso difficile, perché contraddice cinque secoli di costruzione e consolidamento degli Stati. Ma è necessario. Soprattutto oggi.

Dal 1990 lei è direttore di Ibase, l'Istituto brasiliano per le Analisi sociali ed economiche, e tra i diversi progetti che Ibase porta avanti ce ne sono due particolarmente importanti: «L'Agenda post-neoliberista: alternative strategiche per uno sviluppo umano democratico e sostenibile» e «Dialogo tra popoli per costruire un regionalismo alternativo». Ritiene che una alternativa praticabile ed efficace al modello neoliberista passi anche per un'integrazione regionale di natura culturale e sociale?
I più potenti attori economici, come le multinazionali, usano le divisioni per procedere contro i bisogni della gente e nascondere la natura «comune» delle risorse. Per questo il regionalismo è indispensabile. Prendiamo il caso dell'Amazzonia, un bene comune, condiviso da nove nazioni e da un numero ancora maggiore di popoli. Praticamente tutti i popoli indigeni dell'America Latina hanno qualche legame con l'Amazzonia; popoli che spesso vedono nell'autorità statale una nuova forma di colonialismo. Affinché la loro autonomia possa essere salvaguardata e si possano edificare Stati autenticamente pluralisti, c'è bisogno di una strategia su scala regionale: da soli questi popoli non avrebbero la forza di resistere alle pressioni esterne. Preferirei però che si parlasse di regionalizzazione piuttosto che di integrazione. Quest'ultimo è un termine di derivazione commerciale: le grandi infrastrutture che attraversano l'America Latina come vene aperte (per riprendere l'espressione di Eduardo Galeano) riflettono proprio questo modello, basti pensare alle arterie commerciali destinate all'estrazione dei minerali. Il regionalismo invece non richiede infrastrutture, ma comunicazione di culture, esperienze e popoli. Solo attraverso una comunicazione del genere si potrà finalmente riconoscere la reciprocità dei diritti, dare forma a una diversa «visione del mondo», creare progetti, elaborare sogni. Prima ancora delle indicazioni «tecniche», c'è bisogno infatti di trasformare i nostri progetti in un grande movimento di idee, che investa le società e assuma la forma di una rivendicazione culturale, di una richiesta di cambiamento. Una richiesta radicale, che nel momento stesso in cui viene avanzata dimostra la sua realizzabilità: la fiducia nella possibilità di cambiare le cose può trasformare i conflitti in forze costruttive.

Dai suoi esordi, lei è uno dei protagonisti e organizzatori del World Social Forum. L'ultima edizione, che si è svolta pochi mesi fa a Bélem, in Brasile, ha visto la presenza di ben cinque presidenti di paesi latino-americani (Lula, Morales, Correa, Lugo, Chavez). In un'intervista con Alejandro Kirk di International Press Service lei ha sostenuto che il Wsf di per sé non ha prodotto la «svolta» a sinistra in America Latina, ma ha aggiunto che «se non ci fosse stato sarebbe stato difficile immaginare» una svolta simile. Ci spiega meglio cosa intendeva dire?
Intendevo dire che la svolta a sinistra è fortemente legata all'atmosfera creata dalle richieste di cambiamento dei movimenti sociali. Come dicevo poco fa, sono le idee che «attraversano la società» a spingere la politica in una certa direzione. Politicamente è stato importantissimo che i cinque presidenti abbiano partecipato insieme allo stesso evento. Ma l'elemento più rilevante è emerso dal discorso di Lula, quando ha affermato che i presidenti erano a Bélem grazie a noi, ai diversi gruppi sociali, e non viceversa. È stato un riconoscimento esplicito della forza dei movimenti sociali. Una forza che da un lato comporta una grande responsabilità per l'America Latina nel suo complesso, perché ci invita a procedere, a sperimentare nuove pratiche e adottare soluzioni non ortodosse. E dall'altro coincide con un innegabile vantaggio politico in relazione alla crisi. Prendiamo l'Europa: c'è forse un solo leader politico che sia capace di articolare un'idea degna di questo nome? Qualcuno che abbia veramente in mente delle alternative?

A proposito di Lula: quando è stato eletto per la prima volta lei ha affermato che con la sua vittoria «i poveri, coloro che sono stati marginalizzati, i lavoratori» sarebbero potuti «diventare la forza trainante nella ricostruzione della nazione», mentre in un saggio del 2007, «Which Brazil does the world need?», ha scritto: «bisogna riconoscere che il ciclo di rinnovamento democratico inaugurato con la battaglia contro la dittatura si è esaurito». Qual è «l'altro Brasile» che la democrazia brasiliana avrebbe dovuto costruire, e come giudica, oggi, il governo Lula?
Lula è quanto di meglio poteva produrre il processo di democratizzazione brasiliano. Ma non è abbastanza. Rappresenta la fine di un certo periodo della nostra storia, mentre avremmo bisogno di un nuovo inizio. Il Brasile che usciva dalla dittatura militare ha creato un sistema formalmente democratico, ma ha perso l'occasione per sviluppare una democrazia realmente inclusiva. Si stima che circa metà della popolazione brasiliana non sia organizzata politicamente, che non abbia alcuna «identità» politica. L'altro Brasile che dovremmo costruire è un paese capace di portare queste persone all'interno dell'arena pubblica, di farne soggetti politici che esercitano i loro diritti, e che così facendo contribuiscono all'affermazione di una nuova ondata di attivismo sociale. Ma occorre anche tornare a riflettere sul modello di sviluppo. In questo campo c'è stato un deficit di analisi, perché si è pensato che bastasse la democrazia formale per ottenere un cambiamento anche nello sviluppo. Invece c'era - e c'è - bisogno di alternative reali, di una riflessione democratica su come costruire un'altra economia. Quella attuale non può essere democratizzata, perché non è stata pensata per la democrazia e non è un «portato» della democrazia. Credo che sia necessario passare per una rilocalizzazione dell'economia per renderla democratica: tutti noi viviamo in qualche luogo particolare, abbiamo un «indirizzo», siamo «individuabili». Gli attori economici invece spesso non ce l'hanno. Dovremmo fare in modo che anche loro abbiano un indirizzo.