lunedì 17 febbraio 2014
Stop alla violenza di genere
Il circolo Arci Hastavanna, in collaborazione con il Comitato Arci di Taranto e il Circolo Arci "Città Vecchia" invita tutta la cittadinanza, a partecipare all'incontro che ci sarà il 25 Febbraio alle ore 17.00, presso la Sala Consigliare del Comune di San Giorgio Jonico
Durante quest'incontro verranno illustrati i servizi disponibili a chi subisce violenza fisica o psicologica, realizzati dalla "RETE ANTIDISCRIMINAZIONE"
Ad illustrare tali iniziative sarà la Consigliera Provinciale Alle Pari Opportunità Barbara Gambillara.
In tale occasione ci sarà un banchetto per la raccolta firme finalizzata alla costituzione della "CASA DELLE DONNE" progetto che verrà illustrato dalla Sig.ra Valeria Mariniello
Interverranno:
Il Sindaco Dott. Giorgio Grimaldi
La Presidente della Commissione Pari Opportunità di San Giorgio, Vera Colucci
Il Presidente del Comitato Arci di Taranto, Lorenzo Cazzato
mercoledì 12 febbraio 2014
sabato 1 febbraio 2014
Lampedusa, “una base militare con il pretesto dei migranti”
SECONDA GIORNATA DI LAVORI SULLA CARTA DI LAMPEDUSA. NELLA SALA DELL’AEROPORTO DOVE SI TENGONO GLI INCONTRI GLI ABITANTI HANNO RACCONTATO I LORO DISAGI COME ISOLA DI FRONTIERA. L’ASSOCIAZIONE PICCOLI IMPRENDITORI DELL’ISOLA: “VOGLIAMO ESSERE COINVOLTI NELLA STESURA DELLA CARTA”
01 febbraio 2014
LAMPEDUSA – Un’isola turistica, una base militare, l’approdo che permette di salvare le vite dei rifugiati dal mare. Lampedusa è un’isola piccola ma strategica sotto tanti punti di vista. Diverse voci lampedusane hanno voluto raccontarne la realtà davanti ai 300 attivisti italiani ed europei che si sono radunati in una sala dell’aeroporto per scrivere la Carta di Lampedusa, rispondendo a un’idea lanciata da Melting Pot dopo le stragi dei naufragi di ottobre. “Vorremmo essere coinvolti nella stesura di questa carta – ha detto Angelo Mandracchia, presidente dell’Associazione piccoli imprenditori di Lampedusa – la vostra è una presenza importante che ci fa sentire l’Italia e l’Europa più vicine”.
Mandracchia ha espresso quella che è una delle preoccupazioni più forti per gli abitanti dell’isola che ha nel turismo la risorsa economica principale. “Gli ultimi vent’anni di accoglienza parlano per noi ma ci sono ricadute che questo fenomeno ha per la nostra economia – ha spiegato – Quando si parla di sbarchi a Lampedusa i media ingigantiscono il fenomeno per fare passare la notizia e questo ci arreca danno allontanando i turisti”. Poi ha continuato: “ai migranti noi abbiamo aperto la porta di casa per invitarli alla nostra tavola, siamo scesi in piazza a manifestare con e per loro, ma il Centro di primo soccorso e accoglienza non deve accogliere per una lunga permanenza, perché non attrezzato ed è inadatto. Le immagini della disinfestazione hanno fatto il giro del mondo. E’ inammissibile che si faccia ricadere sulla società lampedusana l’incapacità di gestire il fenomeno. Cambiano gli uomini preposti ma non le metodologie”.Sono seguite una serie di richieste su cui gli abitanti dell’isola non sentono di essere ascoltati. “Ci serve un potenziamento della guardia medica, perché l’unico medico deve rispondere a tutte le chiamate se ci sono emergenze – ha detto Mandracchia – non c’è assistenza domiciliare per i malati oncologici. Per qualsiasi visita specialistica, il nostro ticket è il biglietto aereo e l’albergo da pagare. Non abbiamo una sala parto, la donna incinta e chi l’accompagna sono costretti a partire un mese prima del parto. Non abbiamo edifici scolastici adeguati, gli studenti sono costretti ad andare a scuola facendo i turni”. Oltre alla mancanza di strutture sanitarie che costringe a spostarsi, anche la carenza di collegamenti stabili con la terraferma causa disagi tali che i lampedusani affermano di sentirsi “cittadini di serie B”. “Costa meno un volo da Palermo a Roma o a Milano che il volo da Palermo a Lampedusa – ha continuato il presidente dell’associazione dei piccoli imprenditori – noi per continuità territoriale paghiamo solo 10 euro in meno del biglietto standard, quindi ogni viaggio ci costa 60 euro a tratta, ma noi in realtà siamo costretti a prendere quell’aereo. Per questo chiediamo un aiuto vero della Regione Sicilia per sostenere i costi dei trasporti”. Inoltre, secondo quanto riportato da Mandracchia, da vari anni il servizio aereo tra la Sicilia e l’isola Pelagia opera in regime di proroga, con contratti semestrali con le compagnie aeree. “Dopo il primo luglio 2014 non abbiamo certezza dei collegamenti aerei perché scade il contratto – dice l’imprenditore – questo ci impedisce di programmare la nostra vita quotidiana e anche di pianificare il turismo. Da tempo chiediamo che questo contratto sia di almeno tre anni per permetterci una programmazione, di sapere chi sarà il vettore aereo, di conoscere costi e orari”.
Anche i collegamenti navali non sono adeguati, secondo quanto denunciano i lampedusani. “Il traghetto da Porto Empedocle è una carretta del mare che non parte appena il mare è un po’ agitato, questo ha come conseguenza che sull’isola mancano tutti i rifornimenti, perché dipendiamo dalla terraferma”. Se per Mandracchia l’operazione Mare Nostrum è positiva perché molti lampedusani vorrebbero che i migranti non transitassero dall’isola ma fossero soccorsi in mare e direttamente trasferiti in Sicilia, per Giacomo Sferlazzo dell’associazione Askavusa si tratta di un’operazione militare. “È sotto gli occhi di tutti che Lampedusa è una base militare con il pretesto dei migranti, queste sono politiche di militarizzazione del Mediterraneo” ha detto l’artista lampedusano nel suo intervento. “Il motivo scatenante per cui siamo qui – ha continuato Sferlazzo – è che questa tragedia del naufragio ha scosso l’Europa. Ma bisogna stare attenti alla retorica dell’accoglienza, perché Lampedusa non è diversa dal resto d’Italia. Capisco i lampedusani che non hanno garantiti i diritti essenziali e vedono uno spreco di milioni di euro perché si fanno affari sulla pelle di chi scappa dalle guerre. Ma per scrivere la Carta bisogna partire dalle cause che spingono le persone a partire”.(Raffaella Cosentino)
© Copyright Redattore Sociale
mercoledì 29 gennaio 2014
L’urlo dell’Ucraina, il silenzio dell’Europa
Scritto da BARBARA SPINELLI, la Repubblica | 29 Gennaio 2014
A PRIMA vista sembra un vasto e violento tumulto in favore dell’Europa, quello che da mesi sconvolge l’Ucraina. Un tumulto che ci sorprende, ci scombussola: possibile che l’Unione accenda le brame furiose di un popolo, proprio ora che tanti nostri cittadini la rigettano?
È possibile, ma a condizione di decifrare l’insurrezione: di esplorarne i buchi neri, gli anfratti. Di capire che la dimissione del premier Azarov non metterà fine alla rabbia, all’anarchia. A condizione di non consegnare l’Ucraina al nero della solitudine e mantenere però la mente fredda: che analizza, distingue la superficie visibile dai sottofondi. A condizione che l’Europa sappia di essere non solo simbolo, ma pretesto per abbattere il regime di Kiev. Che diventi motore degli eventi, smettendo di vedere se stessa come Empireo immune da difetti che abbraccia i cieli inferiori ma senza responsabilità. Lo sguardo europeo è attratto dagli esotismi, ed esoticamente lontana èPiazza-Europa, chiamata dagli ucraini Euromaidan. Incapace di far politica, l’Unione commenta con pietrificati sermoni sui propri valoriil film atroce, fatto d’incendi e lividi paesaggi, che vediamo in Tv.
Abbiamo alle spalle anni di esperienze esotiche finite nel caos: le primavere arabe, la Libia, la Siria. Le primavere svegliarono euforie democratiche degenerate in carneficine. Un’analisi di questo radicale fallimento neppure è cominciata: né in Usa né in Europa. Fondata è l’accusa dello scrittore polacco Andrzej Stasiuk sulla Welt:viviamo, noi europei, nella paura di perdere la «roba» e nell’endogamia. La nostra risposta agli squassi ucraini è una patologica coazione a ripetere.
I trattati di psicologia insegnano: sempre ricadiamo nell’identica perversa letargia, intrappolati e sorpresi dagli eventi, quando non riconosciamo di esserne autori. La passività di fronte alla disperazione ucraina ripete quel che non sappiamo: imparare, fare autocritica, trasformarci.
Eppure gli elementi dell’immane complicazione di Kiev sono visibili. Sempre più, la protesta contro il regime di Yanukovich assume tratti spurî, inevitabili in un paese immerso in guerre civili perché reietto. L’ira esplose il 21 novembre, quando Kiev rinunciò al trattato di associazione con l’Unione per timore di perdere Putin, che sarà un semi- dittatore ma garantiva più aiuti dell’Europa, e contratti promettenti in materie vitali: le forniture d’energia. Dopodiché tutto s’è sbrindellato sfociando nel sangue, proprio come nelle primavere arabe (4 attivisti morti). L’insurrezione è senza leader e programmi stabili.
Nel suo torrente nuotano anche gli ultranazionalisti,raccontano i reporter, ma l’aggettivo è eufemistico. Anche se minoritarie, due destre estreme sono protagoniste: la formazione
Svoboda,nata da un partito neonazista che inneggia a Stepan Bandera (collaborazionista di Hitler nella guerra) e che ancora nel 2004 si definiva social-nazionale, avendo come emblema una specie di svastica; e il «Settore di destra» (Pravi Sektor),che rischia di alterare un movimento in principio liberal-democratico. La russofobia, dunque il razzismo, le impregna. Mark Ferretti del Sunday Times lo scrive sulla Stampa: per tanti, «l’integrazione nell’Unione europea non è la priorità». Non basterà la revoca, ieri, delle leggi liberticide del 16 gennaio.
L’inerzia dell’Unione europea risale ai tempi dell’allargamento. Già allora ci si concentrò su regole finanziarie e giuridiche, e mancò la politica come sintesi: che difendesse la natura federale dell’Unione in modo da frenare i nazionalismi dell’Est, e costruisse un rapporto non sconclusionato con la Russia e le zone di mezzo fra lei e noi (l’«estero vicino», si chiama a Mosca: è «estero vicino» anche per noi). Una Russia influenzata certo dal passato (Putin ritiene una «catastrofe storica» la fine dell’impero sovietico, che sogna di restaurare), ma un paese mutante, col quale nessun discorso serio si apre perché sempre l’Europa aspetta — per comoda abulia, per vizi contratti in guerra fredda — che la prima mossa sia americana.
Quel che colpisce nel no di Kiev a Bruxelles dovrebbe farci pensare: proprio perché nuovo, frastornante. Perché il tumulto non ci dà automaticamente ragione, se l’Europa è un pretesto. Inutile perdersi in descrizioni di un’Ucraina ancora erede dell’ex Urss, e malefico sarebbe tollerare passioni torbide come la russofobia. Utile è riconoscere invece che l’era degli allargamenti è conclusa, che le adesioni o associazioni esterne fanno oggi problema. Perché quel che offre l’Unione, in tempi di recessione e di crisi che non sa sormontare, attrae enormemente ma anche respinge: sono così lontani, i frutti. L’Europa innalza muri di cinta e la Russia no, quali che siano i suoi colonialismi. C’è poco da compiacersi. La disfatta è nostra.
Se l’Unione è colma di vizi di costruzione, è perché alcune domande essenziali neanche se le pone, neanche sospetta che interrogarsi e mettersi in questione sia già un inizio di buona risposta. Ad esempio: dove finisce l’Europa e dove precisamente comincia l’Est? Cosa vuol dire confine, e l’EsteroVicino?E quali sono i criteri che permettono di affrontare il dramma di un popolo che vuole l’Europa ma in parte anche la respinge, temendo di accentuare la propria crisi infilandosi nella sua orbita?
Qui è il guaio: l’Europa assiste a simili terremoti come se fosse non un attore politico ma un semplice contenitore, una sorta di hotel degli Stati e dei popoli. L’allargamento nel 2004-2007 avvenne inscatolando, non integrando, e l’Unione non ne uscì rafforzata ma svuotata. I nuoviStati, esclusa la Polonia a partire dal 2010,
non hanno capito l’Unione in cui entravano: la scambiarono appunto per un recipiente, che invitava a trasferire sovranità nazionali verso l’ignoto, non verso un’autorità comune, solidale, forte di un’autentica politica estera. L’Ucraina è piena di buchi neri, ma anche noi. Ha vinto la ricetta britannica: mera custode di parametri finanziari, l’Unione è un’area di libero scambio, non una potenza politica.
Non stupisce che gli inviati europei a Kiev (Catherine Ashton, incaricata dei rapporti esterni, è una delle persone più scialbe dell’Unione) siano completamente muti. Che Van Rompuy, A parte questo: nulla. Sono andati alla Piazza di Kiev politici Usa (Victoria Nuland vice segretario di Stato, i senatori John McCain, Chris Murphy) ma nessun politico europeo di rilievo. Non per questo gli Stati dell’Unione sono assenti. Angela Merkel è molto attiva: sostiene un oppositore del regime di Kiev, l’ex pugile Vitaly Klitschko, ma solo per immetterlo nel Partito popolare europeo e punzecchiare Putin senza un piano generale. Ancora una volta non è l’Unione a muoversi, ma il paese geopoliticamente più interessato, e forte.
In Europa si coltiva l’idea, esiziale, che prima viene l’economia, e chissà quando la politica estera. È una delle sue più gravi menomazioni. Avere una politica estera, nel Mediterraneo e in una Russia pensata oltre Putin, implica collocarsi nel mondo come soggetto politico, non come finanziere o commerciante. Accodarsi a Washington significa condividere un destino di guerre perse, di potenza non più egemonica e solo nazionalista, impreparata a pensare un mondo i cui attori sono oggi molteplici. Un destino che mescola valori altisonanti e calcoli economici, creando guazzabugli. Da questa gabbia conviene uscire al più presto.
Abbiamo alle spalle anni di esperienze esotiche finite nel caos: le primavere arabe, la Libia, la Siria. Le primavere svegliarono euforie democratiche degenerate in carneficine. Un’analisi di questo radicale fallimento neppure è cominciata: né in Usa né in Europa. Fondata è l’accusa dello scrittore polacco Andrzej Stasiuk sulla Welt:viviamo, noi europei, nella paura di perdere la «roba» e nell’endogamia. La nostra risposta agli squassi ucraini è una patologica coazione a ripetere.
I trattati di psicologia insegnano: sempre ricadiamo nell’identica perversa letargia, intrappolati e sorpresi dagli eventi, quando non riconosciamo di esserne autori. La passività di fronte alla disperazione ucraina ripete quel che non sappiamo: imparare, fare autocritica, trasformarci.
Eppure gli elementi dell’immane complicazione di Kiev sono visibili. Sempre più, la protesta contro il regime di Yanukovich assume tratti spurî, inevitabili in un paese immerso in guerre civili perché reietto. L’ira esplose il 21 novembre, quando Kiev rinunciò al trattato di associazione con l’Unione per timore di perdere Putin, che sarà un semi- dittatore ma garantiva più aiuti dell’Europa, e contratti promettenti in materie vitali: le forniture d’energia. Dopodiché tutto s’è sbrindellato sfociando nel sangue, proprio come nelle primavere arabe (4 attivisti morti). L’insurrezione è senza leader e programmi stabili.
Nel suo torrente nuotano anche gli ultranazionalisti,raccontano i reporter, ma l’aggettivo è eufemistico. Anche se minoritarie, due destre estreme sono protagoniste: la formazione
Svoboda,nata da un partito neonazista che inneggia a Stepan Bandera (collaborazionista di Hitler nella guerra) e che ancora nel 2004 si definiva social-nazionale, avendo come emblema una specie di svastica; e il «Settore di destra» (Pravi Sektor),che rischia di alterare un movimento in principio liberal-democratico. La russofobia, dunque il razzismo, le impregna. Mark Ferretti del Sunday Times lo scrive sulla Stampa: per tanti, «l’integrazione nell’Unione europea non è la priorità». Non basterà la revoca, ieri, delle leggi liberticide del 16 gennaio.
L’inerzia dell’Unione europea risale ai tempi dell’allargamento. Già allora ci si concentrò su regole finanziarie e giuridiche, e mancò la politica come sintesi: che difendesse la natura federale dell’Unione in modo da frenare i nazionalismi dell’Est, e costruisse un rapporto non sconclusionato con la Russia e le zone di mezzo fra lei e noi (l’«estero vicino», si chiama a Mosca: è «estero vicino» anche per noi). Una Russia influenzata certo dal passato (Putin ritiene una «catastrofe storica» la fine dell’impero sovietico, che sogna di restaurare), ma un paese mutante, col quale nessun discorso serio si apre perché sempre l’Europa aspetta — per comoda abulia, per vizi contratti in guerra fredda — che la prima mossa sia americana.
Quel che colpisce nel no di Kiev a Bruxelles dovrebbe farci pensare: proprio perché nuovo, frastornante. Perché il tumulto non ci dà automaticamente ragione, se l’Europa è un pretesto. Inutile perdersi in descrizioni di un’Ucraina ancora erede dell’ex Urss, e malefico sarebbe tollerare passioni torbide come la russofobia. Utile è riconoscere invece che l’era degli allargamenti è conclusa, che le adesioni o associazioni esterne fanno oggi problema. Perché quel che offre l’Unione, in tempi di recessione e di crisi che non sa sormontare, attrae enormemente ma anche respinge: sono così lontani, i frutti. L’Europa innalza muri di cinta e la Russia no, quali che siano i suoi colonialismi. C’è poco da compiacersi. La disfatta è nostra.
Se l’Unione è colma di vizi di costruzione, è perché alcune domande essenziali neanche se le pone, neanche sospetta che interrogarsi e mettersi in questione sia già un inizio di buona risposta. Ad esempio: dove finisce l’Europa e dove precisamente comincia l’Est? Cosa vuol dire confine, e l’EsteroVicino?E quali sono i criteri che permettono di affrontare il dramma di un popolo che vuole l’Europa ma in parte anche la respinge, temendo di accentuare la propria crisi infilandosi nella sua orbita?
Qui è il guaio: l’Europa assiste a simili terremoti come se fosse non un attore politico ma un semplice contenitore, una sorta di hotel degli Stati e dei popoli. L’allargamento nel 2004-2007 avvenne inscatolando, non integrando, e l’Unione non ne uscì rafforzata ma svuotata. I nuoviStati, esclusa la Polonia a partire dal 2010,
non hanno capito l’Unione in cui entravano: la scambiarono appunto per un recipiente, che invitava a trasferire sovranità nazionali verso l’ignoto, non verso un’autorità comune, solidale, forte di un’autentica politica estera. L’Ucraina è piena di buchi neri, ma anche noi. Ha vinto la ricetta britannica: mera custode di parametri finanziari, l’Unione è un’area di libero scambio, non una potenza politica.
Non stupisce che gli inviati europei a Kiev (Catherine Ashton, incaricata dei rapporti esterni, è una delle persone più scialbe dell’Unione) siano completamente muti. Che Van Rompuy, A parte questo: nulla. Sono andati alla Piazza di Kiev politici Usa (Victoria Nuland vice segretario di Stato, i senatori John McCain, Chris Murphy) ma nessun politico europeo di rilievo. Non per questo gli Stati dell’Unione sono assenti. Angela Merkel è molto attiva: sostiene un oppositore del regime di Kiev, l’ex pugile Vitaly Klitschko, ma solo per immetterlo nel Partito popolare europeo e punzecchiare Putin senza un piano generale. Ancora una volta non è l’Unione a muoversi, ma il paese geopoliticamente più interessato, e forte.
In Europa si coltiva l’idea, esiziale, che prima viene l’economia, e chissà quando la politica estera. È una delle sue più gravi menomazioni. Avere una politica estera, nel Mediterraneo e in una Russia pensata oltre Putin, implica collocarsi nel mondo come soggetto politico, non come finanziere o commerciante. Accodarsi a Washington significa condividere un destino di guerre perse, di potenza non più egemonica e solo nazionalista, impreparata a pensare un mondo i cui attori sono oggi molteplici. Un destino che mescola valori altisonanti e calcoli economici, creando guazzabugli. Da questa gabbia conviene uscire al più presto.
Guerra alle diseguaglianze
Scritto da Maurizio Franzini, l’Unità | 29 Gennaio 2014
Il divario tra poveri e ricchi è la nuova sfida
Obama ha pronunciato ieri il suo sesto (o quinto, contando solo quelli ufficiali) discorso sullo Stato dell’Unione. Per alcuni si tratta di un evento rituale, ma quest’anno il discorso potrebbe marcare una svolta politica e non soltanto per gli Stati Uniti.
Poche settimane fa Obama ha definito la disuguaglianza economica la «questione decisiva del nostro tempo» e gli ulteriori dati di cui siamo venuti a conoscenza nel frattempo rafforzano questa valutazione, non soltanto per gli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che, secondo le anticipazioni della Casa Bianca, la disuguaglianza sia diventato uno dei temi centrali del discorso e, soprattutto, che Obama abbia deciso di non limitarsi a denunciare il fenomeno e di proporre alcune concrete misure. La più concreta di queste misure sarebbe l’innalzamento del salario orario minimo da 7,25 a 10,10 dollari e il suo adeguamento automatico con l’inflazione. Di elevare il salario minimo si è discusso e si discute anche in Europa. Si può ricordare, ad esempio, la decisione presa in Germania per iniziativa dei socialdemocratici e la discussione che si sta svolgendo anche in Gran Bretagna. La grande maggioranza degli economisti valuta positivamente questa misura, soprattutto da quando alcuni studi hanno mostrato che i temuti effetti negativi sull’occupazione non si sono verificati nei casi di fissazione del salario minimo a un livello «ragionevole». Per questo anche l’Economist di recente si è espresso in modo favorevole.
Elevare il salario orario minimo significa contrastare il fenomeno dei working poor che anche negli Stati Uniti è diffuso: in particolare, più di un lavoratore part-time su quattro si troverebbe al di sotto della soglia della povertà. Inoltre, la domanda di consumo potrebbe crescere con effetti positivi sulla produzione e sull’occupazione.
Questa misura opera sulla parte bassa della distribuzione; essa non tocca i redditi più elevati, che sono anche quelli cresciuti di più negli ultimi anni, e per questo la proposta di Obama potrebbe apparire timida. In effetti così è, ma per esprimersi compiutamente su questo, non può essere elusa la questione della realizzabilità politica delle misure di contrasto alla disuguaglianza.
E a questo riguardo c’è una importantissima qualificazione da fare. La misura, secondo quello che finora sappiamo, non riguarderà tutti i lavoratori e quindi di essa non potranno beneficiare i circa 20 milioni di lavoratori americani che vengono retribuiti meno di 10 dollari l’ora. Al contrario, Obama la proporrà soltanto per i lavoratori di imprese titolari di appalti del governo federale. La ragione è molto semplice: il Congresso a maggioranza repubblicana si è già espresso contro e Obama, non volendo rinunciarvi, usa i suoi poteri di Presidente per applicare la misura soltanto a coloro che producono beni e servizi per l’Amministrazione. Il conflitto è, dunque, evidente e le prime reazioni dei Repubblicani, che parlano di abuso di poteri e violazione della Costituzione, preludono a un suo aggravamento. La «modestia» della proposta di Obama va giudicata alla luce delle resistenze che lo schieramento politico conservatore oppone all’adozione di misure di riduzione della disuguaglianza, anche soltanto quelle che operano sulla parte bassa della distribuzione, senza sfiorare i redditi più alti. Dalla parte di Obama sembra però esserci la stragrande maggioranza degli americani: oltre i tre quarti sarebbero favorevoli all’innalzamento dei salari minimi, secondo diversi recenti sondaggi. Siamo di fronte a una buona esemplificazione dell’affermazione secondo cui la disuguaglianza è un problema politico che ha anche importanti risvolti per il funzionamento della democrazia.
Per questo merita particolare attenzione il sesto discorso di Obama sullo Stato dell’Unione e ancora di più la meritano gli sviluppi che ci saranno. Essi ci diranno se quel discorso avrà contribuito, come in alcuni altri casi della storia, a marcare un significativo cambiamento, non soltanto nella percezione di quanto grave sia il problema delle disuguaglianze, ma anche nell’effettiva possibilità di farvi fronte con equilibrio e senso di giustizia. E non solo negli Stati Uniti.
Poche settimane fa Obama ha definito la disuguaglianza economica la «questione decisiva del nostro tempo» e gli ulteriori dati di cui siamo venuti a conoscenza nel frattempo rafforzano questa valutazione, non soltanto per gli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che, secondo le anticipazioni della Casa Bianca, la disuguaglianza sia diventato uno dei temi centrali del discorso e, soprattutto, che Obama abbia deciso di non limitarsi a denunciare il fenomeno e di proporre alcune concrete misure. La più concreta di queste misure sarebbe l’innalzamento del salario orario minimo da 7,25 a 10,10 dollari e il suo adeguamento automatico con l’inflazione. Di elevare il salario minimo si è discusso e si discute anche in Europa. Si può ricordare, ad esempio, la decisione presa in Germania per iniziativa dei socialdemocratici e la discussione che si sta svolgendo anche in Gran Bretagna. La grande maggioranza degli economisti valuta positivamente questa misura, soprattutto da quando alcuni studi hanno mostrato che i temuti effetti negativi sull’occupazione non si sono verificati nei casi di fissazione del salario minimo a un livello «ragionevole». Per questo anche l’Economist di recente si è espresso in modo favorevole.
Elevare il salario orario minimo significa contrastare il fenomeno dei working poor che anche negli Stati Uniti è diffuso: in particolare, più di un lavoratore part-time su quattro si troverebbe al di sotto della soglia della povertà. Inoltre, la domanda di consumo potrebbe crescere con effetti positivi sulla produzione e sull’occupazione.
Questa misura opera sulla parte bassa della distribuzione; essa non tocca i redditi più elevati, che sono anche quelli cresciuti di più negli ultimi anni, e per questo la proposta di Obama potrebbe apparire timida. In effetti così è, ma per esprimersi compiutamente su questo, non può essere elusa la questione della realizzabilità politica delle misure di contrasto alla disuguaglianza.
E a questo riguardo c’è una importantissima qualificazione da fare. La misura, secondo quello che finora sappiamo, non riguarderà tutti i lavoratori e quindi di essa non potranno beneficiare i circa 20 milioni di lavoratori americani che vengono retribuiti meno di 10 dollari l’ora. Al contrario, Obama la proporrà soltanto per i lavoratori di imprese titolari di appalti del governo federale. La ragione è molto semplice: il Congresso a maggioranza repubblicana si è già espresso contro e Obama, non volendo rinunciarvi, usa i suoi poteri di Presidente per applicare la misura soltanto a coloro che producono beni e servizi per l’Amministrazione. Il conflitto è, dunque, evidente e le prime reazioni dei Repubblicani, che parlano di abuso di poteri e violazione della Costituzione, preludono a un suo aggravamento. La «modestia» della proposta di Obama va giudicata alla luce delle resistenze che lo schieramento politico conservatore oppone all’adozione di misure di riduzione della disuguaglianza, anche soltanto quelle che operano sulla parte bassa della distribuzione, senza sfiorare i redditi più alti. Dalla parte di Obama sembra però esserci la stragrande maggioranza degli americani: oltre i tre quarti sarebbero favorevoli all’innalzamento dei salari minimi, secondo diversi recenti sondaggi. Siamo di fronte a una buona esemplificazione dell’affermazione secondo cui la disuguaglianza è un problema politico che ha anche importanti risvolti per il funzionamento della democrazia.
Per questo merita particolare attenzione il sesto discorso di Obama sullo Stato dell’Unione e ancora di più la meritano gli sviluppi che ci saranno. Essi ci diranno se quel discorso avrà contribuito, come in alcuni altri casi della storia, a marcare un significativo cambiamento, non soltanto nella percezione di quanto grave sia il problema delle disuguaglianze, ma anche nell’effettiva possibilità di farvi fronte con equilibrio e senso di giustizia. E non solo negli Stati Uniti.
martedì 28 gennaio 2014
I paletti della Costituzione
Scritto da STEFANO RODOTA’, la Repubblica | 28 Gennaio 2014
POICHÉ si è voluto definirla una “svolta storica”, la vicenda della nuova legge elettorale e di alcune riforme costituzionali non dovrebbe essere soggetta a diktat, chiusa nel campo ristretto di una politica che non sembra disponibile a misurarsi con tutte le implicazioni di scelte particolarmente impegnative.
Si corrono così tutti i rischi legati all’inadeguatezza di testi frettolosamente confezionati e ancor più frettolosamente adottati.
Ma vi è pure una sorta di ironia delle cose politico-istituzionali, che ha trasformato un aggressivo “rottamatore” in un prudente “restauratore” di uno degli assi portanti di un sistema di cui pure aveva denunciato tutti i limiti. Questo è un risultato politico ormai acquisito, e che non può essere sottovalutato, quale che sia l’esito finale del processo di riforma.
Dalle parti più diverse, e con argomenti che non possono essere ignorati, si è soprattutto messo in evidenza come il testo della nuova legge elettorale, già all’esame della Camera dei deputati, non rispetti la più importante delle indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale — quella riguardante le forzature maggioritarie che svuotano di significato la rappresentanza, dunque la stessa democrazia parlamentare. È preoccupante, allora, che non venga affrontata con la dovuta serietà e consapevolezza una questione che è della massima rilevanza politica. Sembra quasi che, spinti dal bisogno di ottenere comunque un risultato in tempi brevi, si sia deciso di correre un pericolosissimo azzardo costituzionale. Che cosa accadrebbe, infatti, se una legge elettorale freschissima di approvazione dovesse, come la precedente, essere portata davanti alla Corte costituzionale per un suo contrasto proprio con quanto i giudici della Consulta hanno appena stabilito? Non sfugge a nessuno la gravità della situazione che si determinerebbe, con effetto immediato di delegittimazione del nuovo sistema elettorale, mentre proprio l’accento mille volte posto sulla “stabilità” ha qui una più profonda ragion d’essere. Abbiamo bisogno di una legge elettorale davvero “blindata” di fronte ai rischi della incostituzionalità, come passaggio indispensabile per la stabilità complessiva del sistema e per il recupero della fiducia dei cittadini. Ben consapevoli di questo rischio, di cui tutti dovrebbero seriamente preoccuparsi, un gruppo di giuristi ha prospettato l’eventualità di un intervento del Presidente della Repubblica, non nella forma di una indiretta “moral suasion”, ma attraverso un rinvio alle Camere di una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. Siamo ormai giunti ad un punto di fragilità del sistema nel suo insieme per cui ogni uso congiunturale delle istituzioni, ogni loro manipolazione con l’ottica del brevissimo periodo, può avviare una spirale distruttiva.
Al di là dei conflitti intorno a singole questioni, e delle ricorrenti strumentalizzazioni, vi è dunque un nodo politico che deve essere sciolto. Non riprodurrò qui tutti gli specifici argomenti che danno solido fondamento alla critica del testo sanzionato dall’accordo tra Berlusconi e Renzi, alcuni dei quali hanno una così forte evidenza da far sospettare che, scrivendo quel testo, si sia voluto tenere sullo sfondo la sentenza della Corte costituzionale, per inadeguatezza di lettura o per deliberata intenzione di non attribuire a questa decisione tutto il peso che le spetta nella definizione della politica costituzionale. Si manifesta così una inquietante idea di “autonomia del politico”, di una discrezionalità legislativa sciolta da ogni vincolo, che contrasta in radice con il punto fondamentale della decisione della Corte dove si stabilisce che nel nostro sistema non vi sono zone franche, sottratte al controllo di costituzionalità. Questa forma di controllo è inseparabile dal costituzionalismo democratico e, invece di stimolare spiriti di rivincita o occasioni di conflitto, dovrebbe indurre a quella “leale collaborazione” tra le istituzioni mancata in questi anni e che rappresenta una delle cause della crisi che stiamo vivendo.
Ma, proprio nel momento in cui la politica sembra voler sprigionare la sua forza residua, manifesta una volta di più le sue debolezze. Non si può certo negare che l’inadeguatezza degli strumenti istituzionali abbia contribuito ad impoverire la politica o a distorcerla deliberatamente. L’esempio più clamoroso è sicuramente la legge elettorale appena dichiarata incostituzionale, approvata con l’esplicito obiettivo di azzoppare la coalizione guidata da Romano Prodi (e che l’opposizione, colpevolmente, non contrastò in maniera adeguata). Ma oggi si racconta una storia che non ha alcun riscontro nei fatti, enfatizzando la necessità di far sì che, come accadrebbe negli altri paesi, la sera stessa delle elezioni si conoscerebbe il nome di un vincitore, libero da ogni ipotesi di larghe intese e destinato poi a governare senza inciampi nei cinque anni successivi. Favole istituzionali, come dimostrano
l’esempio tedesco, con le sue larghissime intese e i due mesi di negoziato sul comune programma di governo; l’esempio inglese, che proprio in occasione delle ultime elezioni vedeva possibile una coalizione diversa da quella che ha dato vita all’attuale governo; quello francese, con la possibile coabitazione tra maggioranze diverse, una che investe il Presidente della Repubblica e un’altra che compone l’Assemblea nazionale; lo stesso caso degli Stati Uniti, dove il potere presidenziale non si traduce nella possibilità di andare avanti senza problemi nel corso del suo mandato, come dimostra il conflitto duro con il Congresso che ha radicalmente ostacolato significative iniziative di Obama e ha condizionato pesantemente l’approvazione del bilancio. In quei paesi non ci si rifugia dietro presunte inadeguatezze delle istituzioni, perché si è ben consapevoli che vi sono questioni che possono e debbono essere risolte con la forza e la responsabilità della politica. Se non si torna alla consapevolezza dei doveri della politica, anche alcune necessarie riforme costituzionali finiranno nel nostro paese con l’essere inefficaci.
O seconderanno derive pericolose, come quelle legate alla convinzione che solo la concentrazione del potere può farci uscire dalle difficoltà presenti. Vi sono segni premonitori che non possono essere trascurati. Il passaggio ad una democrazia d’investitura, quella appunto riassunta nello slogan “la sera delle elezioni conosceremo nome del Presidente del consiglio e composizione della maggioranza”, incide sulla posizione del Presidente della Repubblica e getta un’ombra sul ruolo del Parlamento, depurato dal bicameralismo perfetto in forme di cui ancora non conosciamo i dettagli, ma pure funzionalizzato in maniera prevalente alla attuazione del programma ministeriale. Dopo aver dovuto riconoscere che una serie di pretese di revisione costituzionale erano divenute improponibili, alla fine di questo nuovo iter riformatore scopriremo che il cammino è stato ripreso proprio in questa direzione, con una sostanziale modifica della stessa forma di governo?
Dalle parti più diverse, e con argomenti che non possono essere ignorati, si è soprattutto messo in evidenza come il testo della nuova legge elettorale, già all’esame della Camera dei deputati, non rispetti la più importante delle indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale — quella riguardante le forzature maggioritarie che svuotano di significato la rappresentanza, dunque la stessa democrazia parlamentare. È preoccupante, allora, che non venga affrontata con la dovuta serietà e consapevolezza una questione che è della massima rilevanza politica. Sembra quasi che, spinti dal bisogno di ottenere comunque un risultato in tempi brevi, si sia deciso di correre un pericolosissimo azzardo costituzionale. Che cosa accadrebbe, infatti, se una legge elettorale freschissima di approvazione dovesse, come la precedente, essere portata davanti alla Corte costituzionale per un suo contrasto proprio con quanto i giudici della Consulta hanno appena stabilito? Non sfugge a nessuno la gravità della situazione che si determinerebbe, con effetto immediato di delegittimazione del nuovo sistema elettorale, mentre proprio l’accento mille volte posto sulla “stabilità” ha qui una più profonda ragion d’essere. Abbiamo bisogno di una legge elettorale davvero “blindata” di fronte ai rischi della incostituzionalità, come passaggio indispensabile per la stabilità complessiva del sistema e per il recupero della fiducia dei cittadini. Ben consapevoli di questo rischio, di cui tutti dovrebbero seriamente preoccuparsi, un gruppo di giuristi ha prospettato l’eventualità di un intervento del Presidente della Repubblica, non nella forma di una indiretta “moral suasion”, ma attraverso un rinvio alle Camere di una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. Siamo ormai giunti ad un punto di fragilità del sistema nel suo insieme per cui ogni uso congiunturale delle istituzioni, ogni loro manipolazione con l’ottica del brevissimo periodo, può avviare una spirale distruttiva.
Al di là dei conflitti intorno a singole questioni, e delle ricorrenti strumentalizzazioni, vi è dunque un nodo politico che deve essere sciolto. Non riprodurrò qui tutti gli specifici argomenti che danno solido fondamento alla critica del testo sanzionato dall’accordo tra Berlusconi e Renzi, alcuni dei quali hanno una così forte evidenza da far sospettare che, scrivendo quel testo, si sia voluto tenere sullo sfondo la sentenza della Corte costituzionale, per inadeguatezza di lettura o per deliberata intenzione di non attribuire a questa decisione tutto il peso che le spetta nella definizione della politica costituzionale. Si manifesta così una inquietante idea di “autonomia del politico”, di una discrezionalità legislativa sciolta da ogni vincolo, che contrasta in radice con il punto fondamentale della decisione della Corte dove si stabilisce che nel nostro sistema non vi sono zone franche, sottratte al controllo di costituzionalità. Questa forma di controllo è inseparabile dal costituzionalismo democratico e, invece di stimolare spiriti di rivincita o occasioni di conflitto, dovrebbe indurre a quella “leale collaborazione” tra le istituzioni mancata in questi anni e che rappresenta una delle cause della crisi che stiamo vivendo.
Ma, proprio nel momento in cui la politica sembra voler sprigionare la sua forza residua, manifesta una volta di più le sue debolezze. Non si può certo negare che l’inadeguatezza degli strumenti istituzionali abbia contribuito ad impoverire la politica o a distorcerla deliberatamente. L’esempio più clamoroso è sicuramente la legge elettorale appena dichiarata incostituzionale, approvata con l’esplicito obiettivo di azzoppare la coalizione guidata da Romano Prodi (e che l’opposizione, colpevolmente, non contrastò in maniera adeguata). Ma oggi si racconta una storia che non ha alcun riscontro nei fatti, enfatizzando la necessità di far sì che, come accadrebbe negli altri paesi, la sera stessa delle elezioni si conoscerebbe il nome di un vincitore, libero da ogni ipotesi di larghe intese e destinato poi a governare senza inciampi nei cinque anni successivi. Favole istituzionali, come dimostrano
l’esempio tedesco, con le sue larghissime intese e i due mesi di negoziato sul comune programma di governo; l’esempio inglese, che proprio in occasione delle ultime elezioni vedeva possibile una coalizione diversa da quella che ha dato vita all’attuale governo; quello francese, con la possibile coabitazione tra maggioranze diverse, una che investe il Presidente della Repubblica e un’altra che compone l’Assemblea nazionale; lo stesso caso degli Stati Uniti, dove il potere presidenziale non si traduce nella possibilità di andare avanti senza problemi nel corso del suo mandato, come dimostra il conflitto duro con il Congresso che ha radicalmente ostacolato significative iniziative di Obama e ha condizionato pesantemente l’approvazione del bilancio. In quei paesi non ci si rifugia dietro presunte inadeguatezze delle istituzioni, perché si è ben consapevoli che vi sono questioni che possono e debbono essere risolte con la forza e la responsabilità della politica. Se non si torna alla consapevolezza dei doveri della politica, anche alcune necessarie riforme costituzionali finiranno nel nostro paese con l’essere inefficaci.
O seconderanno derive pericolose, come quelle legate alla convinzione che solo la concentrazione del potere può farci uscire dalle difficoltà presenti. Vi sono segni premonitori che non possono essere trascurati. Il passaggio ad una democrazia d’investitura, quella appunto riassunta nello slogan “la sera delle elezioni conosceremo nome del Presidente del consiglio e composizione della maggioranza”, incide sulla posizione del Presidente della Repubblica e getta un’ombra sul ruolo del Parlamento, depurato dal bicameralismo perfetto in forme di cui ancora non conosciamo i dettagli, ma pure funzionalizzato in maniera prevalente alla attuazione del programma ministeriale. Dopo aver dovuto riconoscere che una serie di pretese di revisione costituzionale erano divenute improponibili, alla fine di questo nuovo iter riformatore scopriremo che il cammino è stato ripreso proprio in questa direzione, con una sostanziale modifica della stessa forma di governo?
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