lunedì 20 gennaio 2014

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto. 

Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri. 

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica. 

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese. 

Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...

«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».

La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C'è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?

«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica». 

Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta....

«La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»

È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l'internazionalismo, cioè la capacità di fare "gioco di squadra" a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società? 

«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale». 

Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.

«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»

Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti". A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto...». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L'egoismo, l'interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l'ennesima vittoria del pensiero dominante? 

«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».

Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com'è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.

«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale». 

Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?

«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».

L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il "Manifesto per un soggetto politico nuovo", e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l'ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?

«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».

Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?

«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».

(4 aprile 2012)

mercoledì 19 dicembre 2012

Per Arci Statte



L’Arci, Associazione di Promozione Sociale
radicata sul territorio italiano da oltre 50 anni, getta le proprie fondamenta nelle antiche Case
del Popolo e Società di Mutuo Soccorso.
E’ proprio questo lo spirito che alimenta la macchina
culturale della nostra Associazione che ad oggi conta oltre un milione di soci e più di 5000
circoli sul territorio nazionale.
Le recenti condizioni climatiche, come ben sappiamo, hanno
duramente colpito il polo siderurgico della città di Taranto, mandando in frantumi importanti
strutture della fabbrica e aggravando di fatto la situazione dei lavoratori che già per altri
problemi erano costretti ad un riposo forzato.
Lontano dai riflettori, però, e poco distante dal
polo siderurgico, c’è il Comune di Statte, fortemente colpito, anch’esso, dal tornado che ha messo
in ginocchio l’ILVA.
Oltre alle numerose abitazioni danneggiate, nella conta dei danni causati dall’eccezionale evento climatico, c’è da inserire anche il circolo “Arci Statte” che vede crollata la
tensostruttura sede del circolo stesso.
Nella serata del 22 – dicembre – 2012, il COMITATO
TERRITORIALE ARCI di TARANTO, organizza un evento per raccogliere fondi che andranno
ad aiutare i compagni del Circolo di Statte a rimettere in piedi quello che fino ad ora è stato uno
dei pochi spazi di aggregazione culturale della cittadina.


Il programma della serata sarà il seguente:
- Presentazione dell’Associazione ARCI e del tema della serata;
- Presentazione del progetto nazionale “Giovani in Circolo”;
- Momento di intrattenimento musicale a cura del duo "Le 3 Corde"
.

Ci vediamo a Carosino, Palazzo d'Ayala in Piazza Vittorio Emanuele III, tutti insieme per sostenere i Compagni del Circolo di Statte

venerdì 30 novembre 2012

Devastata l'ArciTenda di Statte

 


La tromba d’aria scatenatasi su Taranto ha provocato una serie di disastri che hanno colpito, fra l’altro, lo stabilimento dell’Ilva, aggravando ulteriormente la situazione dei lavoratori e degli abitanti della zona. A ridosso del complesso siderurgico (4 km) c’è il Comune di Statte, uno dei più colpiti dalle condizioni climatiche, tanto che è stata distrutta la tensostruttura (ArciTenda) che ospitava il locale circolo Arci, una delle poche “tradizionali” case del popolo presenti sul territorio tarantino. L’Arci di Statte, senza grandi risorse economiche, svolge una fondamentale funzione di aggregazione in un territorio difficile dal punto di vista culturale e condizionato da vicende oramai ben note in termini socio ambientali. La rovina della struttura renderà questo compito ancor più improbo.
Si rende necessario, quindi, avviare una raccolta di fondi per la ricostruzione del circolo. 

Per contribuire effettuare versamento su c.c. postale n. 73022824,cod. IBAN IT64P0760115800000073022824 intestato ARCI Comitato Territoriale di Taranto c.so Vitt. Emanuele 70 - 74122 Taranto
Causale: ARCITENDA STATTE

mercoledì 12 settembre 2012

Dal Circolo Arci Hastavanna di S. Giorgio


POPOLI DANZANTI



   Hastavanna propone un corso di danze popolari internazionali. Attraverso un giro virtuale, che toccherà paesi europei e non, sarannopresentate, dall'insegnante Rosita Tinelli, danze della tradizione popolare, ovviamente partendo dalle nostre Pizziche, Tammurriate ecc. fino ad arrivare a danze tipiche russe, greche,serbe e dei balcani.  Il corso è aperto a tutti, bambini ed adulti. 
 Se ci saranno  abbastanza adesioni per i bambini verrà creata una classe dedicata e studiata appositamente per loro, arricchita con giochi e attività ludiche
La prima lezione aperta (e gratuita) si terrà presso il nostro circolo il 1° Ottobre alle 16.00 per i bimbi e alle 17.30 per gli adulti.
Le lezioni saranno 10, al costo di 50€ (per i non soci, c'è da considerare la tessera annuale del costo di 10€)

SEMINARIO DI FOTOGRAFIA

Nel circolo arci Hastavanna dal 4 Ottobre alle ore 16.00 (circa) sarà possibile seguire un seminario di fotografia, organizzato in 8 lezioni teorico/pratiche presso la nostra sede + 2 esterne, con il fotografo Giovanni Dimitri, nato a Lizzano ma che vive e opera a Noci.

La quota di partecipazione è di 130€ (per i non soci bisogna calcolare anche 10€ di tessera).

mercoledì 16 maggio 2012

21 maggio CAROVANA ANTIMAFIE a Taranto


FARE SOCIETA’

Costruire comunità responsabili:

cultura, legalità democratica, diritti, educazione popolare, giustizia sociale

21 maggio 2012

SAN GIORGIO IONICO
Ore 10.00: S. Giorgio Ionico, c/o Circolo ARCI Hastavanna (via XI Febbraio, 22)
Proiezione di  Taranto RIP – regia di Stefano Angelillo, filmaker tarantino.
Dibattito sull’Antimafia sociale.
Intervengono: Lorenzo Cazzato (Presidente Arci Taranto), Annamaria Bonifazi (Libera Taranto), Filomena principale (Segretaria CGIL Taranto), Giorgio Grimaldi (Sindaco di S. Giorgio Ionico), Mara Pavone (Link Taranto), Simona Marsella (Pres. Arci Hastavanna).
Presentazione del libro TARANTO TRA PISTOLE E CIMINIERE. Storia di una saga criminale di N. Ghizzardi (Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Brindisi) e Arturo Guastella (giornalista). Modera Remo Pezzuto
Proiezione de I volti dell’antimafia di Mauro Maugeri, filmaker siciliano
Pranzo sociale per ospitare la Carovana, fino alla sua ripartenza.

TARANTO
Ore 18.00: c/o il ITCG "PERTINI-FERMI" (Corso Italia 306)
Proiezione di  Taranto RIP – regia di Stefano Angelillo.
Dibattito con Francesco Sebastio (Procuratore della Repubblica di Taranto), Col. Daniele Simimarco (Comandante CC Taranto), Lorenzo Cazzato (Presidente Arci Taranto), Annamaria Bonifazi (Libera Taranto), Filomena principale (Segretaria CGIL Taranto), Giorgio Grimaldi (Sindaco di S. Giorgio Ionico), Mara Pavone (Link Taranto)
Modera Brigida Sforza (Dirigente ITCG "Pertini-Fermi)
Proiezione de I volti dell’antimafia di Mauro Maugeri

lunedì 23 aprile 2012

lunedì 2 aprile 2012

LE POLITICHE DELL'ARCI


Carosino - San Marzano - Talsano